Giornata mondiale della lingua portoghese: nuove scoperte

bandiere-brasile-portogallo

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Dopo quattro secoli di scoperte portoghesi si riscopre il portoghese. Su iniziativa dell’Unesco, è stata istituita la Giornata Mondiale della Lingua Portoghese che si celebrerà ogni 5 maggio. Più di 260 milioni di persone usano quotidianamente il portoghese quale lingua madre oltre ai molti che, dopo averla scoperta, se ne sono innamorati. La lingua portoghese da sempre possiede una propria identità, è legittimata in ogni livello sociale ed è in costante evoluzione, ma l’iniziativa dell’Unesco la fornisce valore aggiuntivo in termini di notorietà quale linguaggio globale e di comunicazione internazionale.

In questo primo anno di festeggiamento, il presidente della Repubblica del Portogallo, Marcelo Rebelo de Souza, ha evidenziato la forza dell’idioma parlato nei cinque continenti, elogiato la genialità di autori come Camões, Saramago, Mia Couto, Jorge Amado, Hélder Proença, Rubem Fonseca e di tutti coloro che usandolo arricchiscono il linguaggio continuativamente. Il presidente ha definito la lingua portoghese come “una lingua del futuro, viva, diversa nell’unità, che cambia nel tempo e nello spazio, sebbene conservi sempre la sua essenza”.

La direttrice-generale dell’Unesco, Audrey Azoulay, ha espresso il suo pensiero affermando che il portoghese è una lingua creativa, di musica, letteratura e di cinema, e nel contempo una lingua di scienza, innovazione, pedagogia e solidarietà. “Lingua di mari e di oceani”, l’ha definita. Sì, lingua di mari e di oceani perché grazie alle esplorazioni navali del XV secolo ebbe inizio l’Età delle Scoperte periodo in cui i portoghesi lasciarono tracce significative in tante diverse culture

sbarco-dei-portoghesi-in-brasile-1500Sbarco dei portoghesi in Brasile nel 1500 – Museo Paulista, Public domain Mark 1.0, Wikimedia Commons.

Costeggiando l’Africa e veleggiando attraverso l’oceano Atlantico, i portoghesi arrivarono in Brasile nel 1500. Questo percorso contribuì alla diffusione della lingua portoghese presso tutti i continenti (esclusa l’Antartide) e fece che il portoghese diventasse la lingua ufficiale in nove paesi del mondo: Portogallo, Brasile, Angola, São Tomé e Principe, Mozambico, Capo Verde, Guinea-Bissau, Timor Est e Macao. Troviamo anche tracce della lingua portoghese in India, Francia, Spagna, Venezuela, Paraguay, Uruguay e Giappone, tra gli altri, facendola diventare la 6ª lingua madre più parlata nel mondo. Ora il portoghese riafferma la sua importanza come lingua di lavoro nelle organizzazioni internazionali come l’UE, l’Organizzazione degli Stati Americani e il Mercosur.

“La lingua portoghese viene costruita quotidianamente dai vari popoli di tutti i continenti, in un costante arricchimento del suo multiculturalismo”, ha dichiarato il segretario generale delle Nazione Unite, António Guterres, sottolineando che la data istituita per l’evento è un “giusto riconoscimento alla sua rilevanza a livello globale”. In Portogallo, per celebrare la prima Giornata Mondiale della Lingua Portoghese e i 30 anni dell’Associazione Internazionale per le Comunicazione di Lingua Portoghese, la CTT (Posta e Telegrafi) ha emesso in accoppiata due francobolli con una tiratura di 100 mila copie.

In Brasile, la data viene celebrata insieme alle feste per i 60 anni di fondazione della capitale con la pubblicazione del libro “Sonhar Brasília” (in traduzione libera “Sognare Brasilia”). Il libro contiene una raccolta di testi di autori provenienti dai paesi che appartengono alla CPLP- Comunità dei Paesi di Lingua Portoghese, creata nel 1996. Sono testi inediti e illustrati che mettono in evidenza le peculiarità culturale e linguistica di ciascun paese. Anche se le celebrazioni sono state ostacolate dalla pandemia da Covid-19 e il lancio dell’edizione cartacea inizialmente è stato rinviato, una versione digitale gratuita è disponibile presso la biblioteca digitale dell’Unesco.

biblioteca-nazionale-rio-de-janeiroLa Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro, uno dei tanti lasciti dei portoghesi in Brasile. Halleypo, Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

museo-della-lingua-portoghese-sao-pauloLa “Estação da Luz”, sede del Museo della Lingua Portoghese a São Paulo – Cralize Dominio pubblico

Ritratto Don Pietro II - Public domain Mark 1.0

Pedro II (in italiano Pietro II) governò il Brasile tra 1831 e il 1889, quando la monarchia venne abolita. Lui fu il secondo e l’ultimo imperatore del Brasile e morì nel 1891 in stato di esilio in Francia. Nel momento della preparazione della salma, Gaston d’Orléans (o Gastone), il Conte d’Eu, sposato con la figlia dell’Imperatore, la principessa Isabel (Isabelle), rinvenne tra gli oggetti personali di Pedro, un sacchetto contenente terriccio proveniente dal Brasile assieme ad una lettera olografa che recitava: “Sono terre provenienti dal Brasile e desidero che siano poste dentro la mia bara qualora morissi lontano dalla mia patria”. Seguendo la sua volontà, il sacchetto gli venne posto accanto e le sue spoglie tornarono in Brasile nel 1921. La salma venne deposta nella cattedrale di São Pedro de Alcântara a Petrópolis, città da egli stesso fondata nello stato di Rio de Janeiro. Pedro II è riconosciuto come “il difensore perpetuo del Brasile”. Con le sue ultime parole, lui ha espresso un desiderio: “Dio concedimi questi ultimi desideri  — la pace e prosperità per il Brasile.”  (Sotto, l’illustrazione della corona indossata da Don Pedro nella sua incoronazione come imperatore del Brasile nel 1841).

E ora, José?

E ora, José? Se la lingua portoghese sta diventando sempre più importante a causa dei vincoli economici, secondo me è nella letteratura che mostra il suo valore più alto. Riconosco la grandezza degli autori di lingua portoghese, di Camões, Saramago, Mia Couto e tanti altri, ma qui tiro l’acqua al mio mulino. “No tempo do eu menino”, come ebbe a dire una volta il poeta Manuel Bandeira in riferimento a quando era appena un ragazzino, mio papà mi ha spalancato la porta al mondo dei libri. Appena natta (esagerato lui), ha cominciato ad acquistarli e mi ricordo ancora il mio tesoro: centinaia di librettini di storielle. Così molto precocemente mi ha donato la sua più grande eredità, il gusto per la lettura.

Per primo m’infilai nel mondo magico di quei librettini e senza rendermi conto molti anni dopo ho fatto un tuffo nel “Reino das Águas Claras” (in traduzione libera “Regno delle Acque Limpide“) dello scrittore e traduttore brasiliano Monteiro Lobato, noto per le sue opere e personaggi. La fantasia mi ha accompagnato negli anni e anche da grande non mi è voluto molto per “seguire” Emília, la bambola dispettosa creata da Lobato che lasciava le pagine dei libri guadagnando spazio televisivo. Di libri in libri, ho intrapreso il mio percorso: ho condiviso con Cecília Meireles (poeta e scrittrice) il dubbio perpetuo e atroce “se indossare il guanto oppure l’anello” e mi sono persa in riflessione; ho volato con le Ali di Carta, guidata da Marcelo Xavier e insieme siamo arrivati “alla festa del re”. Così, abbiamo attraversato il tempo come se attraversassimo una porta.

Questi autori sono appena la punta dell’iceberg della letteratura brasiliana. Il tuffo nelle “acque limpide” del Sítio do Picapau Amarelo (in traduzione libera Fattoria del Picchio Giallo) è anche il tuffo nelle opere che arrivarono più tardi: Machado de Assis, José de Alencar, Graciliano Ramos, Guimarães Rosa, Jorge Amado, João Cabral de Melo Neto, Joaquim Manuel de Macedo e Rubem Braga, tra tanti altri. Anche inciampare in quel “sasso nel mezzo del cammino” lasciato da Carlos Drummond de Andrade, è stato decisivo perché li ho potuto capire che a volte l’inciampo ci può portare avanti più rapidamente e fu in questo modo che ho trovato Ruth Rocha, Ana Maria Machado, Luís Fernando Veríssimo, Ariano Suassuna, Carlos Eduardo Novaes e Millôr Fernandes. E come non amare la “Velha Contrabandista” *(La vecchietta spacciatrice) di Stanislaw Ponte Preta”, la “Abobrinha” *(La zucca) di Drummond o l“Eloquência Singular” *(Eloquenza singolare”) di Fernando Sabino?

Non sarò io però a dire cosa la lingua portoghese rappresenti. Chiamo in causa Clarice Lispector, scrittrice, giornalista e traduttrice ucraina naturalizzata brasiliana, scomparsa nel 1977. In una intervista lei ha confessato: “questa è una dichiarazione d’amore: amo la lingua portoghese. Non è facile. Non è malleabile. ´[…] La lingua portoghese è una vera sfida per chi scrive. Soprattutto per chi scrive togliendo a cose e persone il primo strato di superficialità. A volte reagisce dinanzi ad un pensiero più complicato. A volte si spaventa con l’imprevedibilità di una frase. Mi piace maneggiarla – come mi piaceva montare a cavallo e prenderlo per le redini, a volte lentamente, a volte al galoppo.” Sicuramente non avrei potuto chiudere maggio senza convalidare questa sua dichiarazione.

La statua in bronzo seduta su una panchina nella spiaggia di Copacabana, quartiere dove per molti anni visse il poeta e dove amava sedersi nei tardi pomeriggi per ascoltare il rumore del mare e guardare il tramonto. Drummond ci ha lasciato nel 1987. La statua fu inaugurata nel 2002. Foto di Carlos Varela- Flickr Attribution 2.0 Generic (CCBY 2.0)

Carlos Drummond de Andrade raffigurato su una banconota brasiliana da 50 cruzados novos, 1990. Immagine da Ecliptics, Wikimedia Commons, Attribution-Share Alike 4.0 International.

José
Carlos Drummond de Andrade

E ora, José?
la festa è finita,
la luce si è spenta,
la gente è andata,
la notte è più fredda,
e ora, José?
e ora, tu?
tu che non hai nome,
che prendi in giro gli altri,
tu che fai versi,
che ami, protesti?
e ora, José?

Sei privo d’amore,
sei privo di parole,
sei privo di affetto,
non puoi più bere,
non puoi più fumare,
sputare non puoi,
la notte è più fredda,
l’alba non viene ,
il tram non viene,
la risata non viene,
non viene l’utopia
ed è tutto finito
ed è tutto fuggito
ed è tutto ammuffito,
e ora, José?

E ora, José?
tua gentile parola,
tuo scorcio di febbre,
tua avidità e digiuno,
tua biblioteca,
tuo filone d’oro,
tuo abito di vetro,
tua incoerenza,
tuo odio — e ora?

Con la chiave in mano
vuoi aprire la porta,
non c’è porta;
vuoi annegare nel mare,
ma i mari si è asciugato;
vuoi andare a casa,
ma casa non c’è più.
José, e ora?

Se tu urlassi,
se tu gemessi,
se tu suonassi
il valzer viennese,
se tu dormissi,
se ti stancassi,
se tu morissi…
Ma tu non muori,
sei duro, José!

Da solo nel buio
come una bestia in una tana,
senza divinità pagane,
senza parete nuda
su cui appoggiarti,
senza cavallo nero
che scappa al galoppo,
tu marci, José!
José, verso dove?

 

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Un’analisi (molto personale) su ‘Bolero de Ravel em Nova Roma’

Bolero de Ravel em Nova Roma, romanzo del giornalista e scrittore brasiliano Geraldo Muanis, mi è capitato fra le mani sotto forma di regalo dell’autore, amico con il quale ho avuto la felice opportunità di lavorare nei miei anni come giornalista a Juiz de Fora, nostra città di nascita. La vita presto ci ha fatto prendere percorsi diversi, ma, per fortuna o merito, la nostra amicizia ha avuto il potere non solo di vincere la distanza, ma anche di resistere alla prova del tempo.

Sono passati molti anni prima ci potessimo di nuovo ritrovare per un caffè alcuni mesi fa, durante una breve visita nella mia città natale. Ci siamo aggiornati, rassicurandoci sul fatto che il nostro abbraccio sia ancora stretto e nuovamente ci siamo detti addio, certi che “l’amicizia è un amore che non muore mai”, come saggiamente ebbe a dire il poeta Mário Quintana. Ho salutato il mio amico e da quell’incontro porto con me l’immagine di qualcuno che né tempo, né dolori o conquiste potranno mutare. In aggiunta un piccolo grande tesoro: due dei suoi romanzi più recenti.

Inizialmente ho pensato che data l’amicizia non ci fosse per me modo di fare una recensione imparziale sui suoi libri, come dovrebbe essere. Però, arrivata a metà di ‘Bolero di Ravel em Nova Roma‘, la decisione l’avevo già presa: SI, all’inferno i critici di turno, almeno un’analisi (molto personale) di questa narrativa la farò per il mio blog. Così è nato questo post, da una vecchia amicizia, un dolce ritrovarci, un amore che non muore mai, un libro in cui Muanis prende in prestito la finzione per mostrare la realtà o forse solo per sottolineare la sovrapposizione di entrambi.

Il romanzo è stato pubblicato nel dicembre 2017 - Copertina dall'artista Jorge Arbach.

Qualsiasi somiglianza con la realtà è una mera coincidenza

Bolero de Ravel em Nova Roma (Bolero di Ravel a Nuova Roma, in traduzione libera) è un’opera dinamica che sfuma il confine tra fantasia e realtà. Mi ha condotto in un viaggio fra i miei ricordi, scatenando una serie di flashbacks del dietro le quinte del giornalismo, oltre a portarmi alla nostalgia di un tempo che non tornerà mai più, di convivenza tra colleghi nelle redazioni dei giornali e negli uffici stampa. Mi ha fatto ricordare fatti sepolti dal tempo e, in aggiunta, mi ha raccontato altri per me inimmaginabili, ma nei quali è possibile riconoscere determinati personaggi e luoghi, così fantasiosi eppure così reali. Sfogliando il passato solo per trovare il presente.

Non sto dicendo che il libro sia diretto ad un pubblico specifico, anzi è da essere letto da chiunque. È una storia frenetica, ben scritta, che espone la profonda visione dell’interiorità dell’autore e di ciò che lo circonda. Muanis si mostra critico, creativo e sensibile e mi ha fatto anche ridere a crepapelle con la “storia” di Topolino (se vuoi conoscerla, acquista il libro!). Nella sua esperienza conosce come la vita sia fatta di momenti e che vivere è cogliere i momenti magici che ci sono concessi come se fossero doni, mentre il mondo gira nel ritmo di interessi politici e mediatici, che all’intento di perpetuare il potere sostiene un circolo vizioso simile alla ruota dei criceti.

Una versione perversa, questa, della sinfonia di Ravel come la definisce lui e aggiunge: “Mi auguro che il compositore francese Maurice Ravel non si rivolti nella tomba a causa di questa versione perversa, sotto la forma del Male, all’interno di una struttura disarmonica che non cambia mai. La cadenza si alterna come un’altalena politica, venti, trenta, quarant’anni, con sempre la stessa cantilena, sempre le stesse bugie e promesse. Ma nulla cambia. Secondo Muanis, il sublime ‘Bolero di Ravel’ con le sue note ripetitive porta a un’estasi finale che purtroppo non avviene in Nova Roma.

“A Nova Roma la sinfonia acquista uno stato di quiescenza inquietante ed innocuo, sotto le cadenze sataniche e ripetute della sottrazione e corruzione. Sempre con lo stesso circo, ma ogni giorno con meno pane. E il futuro non arriva mai”, lui si lamenta. Va subito sottolineato che qualsiasi riferimento a fatti o persone esistenti è certamente il frutto dell’immaginazione del lettore.

 

Geraldo Muanis è nato il 18 giugno 1959 a Juiz de Fora, città di 500 mila abitanti circa situata a sud-est di Brasile. Si è laureato presso l’Università Federale di Juiz de Fora e ha lavorato in vari uffici stampa e testate giornalistiche locali comeTribuna de Minas, Tribuna da Tarde, Panorama e JF Hoje. Ha pubblicato diversi libri tra cui i romanzi ‘Sinfonia solitária em Dor-Maior’, ‘Se você souber, os olhos não mentem’, ‘Os últimos dias de Nova Roma’, ‘Teu corpo é uma estátua que gira no centro de minha mente’e ‘Histórias REAIS que Nossas Babás não Contavam’, disponibile su Amazon.

 

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